Atti persecutori (stalking)

Atti persecutori (stalking)

Commette il reato di atti persecutori, più comunemente conosciuto come reato di stalking, colui che minaccia o molesta taluno al punto da cagionargli uno stato d’ansia, di paura, di timore per la propria incolumità o per quella di un prossimo congiunto o di persone legata da relazione affettiva, oppure al punto di provocargli un cambiamento delle abitudini di vita, il tutto tramite condotte ripetute nel tempo.

Si tratta di un reato procedibile a querela della persona offesa (tranne se commesso nei confronti di minorenne o persona disabile), per la realizzazione del quale devono essere soddisfatte più componenti.

Per prima cosa, occorre che ci sia la ripetizione delle condotte del soggetto agente, poiché il reato di atti persecutori è reato abituale (singoli fatti episodici non potrebbero mai integrare la condotta delittuosa).

Tuttavia, sarebbe configurabile il reato di atti persecutori nel caso in cui le condotte fossero reiterate in un arco temporale molto ristretto, qualora si trattasse di atti autonomi gli uni dagli altri e che la ripetizione delle condotte sia la causa di uno degli eventi contenuti nella norma penale (potenzialmente, anche le condotte ripetute nell’arco di una sola giornata sarebbero idonee ad integrare la fattispecie incriminatrice).

Il reato di stalking differisce dai reati di molestie e di minaccia, che sicuramente possono costituire oggetto della condotta materiale del soggetto agente, per via dell’evento dannoso che viene prodotto tramite la commissione del primo, consistente nell’alterazione delle abitudini di vita del soggetto passivo, o nel perdurante stato d’ansia, di paura, o di timore inizialmente menzionati.

In tema di atti persecutori, la presenza dell’evento dannoso (ossia il cambiamento delle abitudini di vita del soggetto passivo, o lo stato d’ansia, il pericolo o il timore per l’incolumità) e la presenza delle condotte poste in essere dal soggetto agente (comportamenti molesti o minatori) devono essere collegate da un nesso che dimostri che il primo sia conseguenza delle seconde.

Ebbene, la prova del nesso causale non può ritenersi soddisfatta dalla dimostrazione della presenza dell’evento finale, ma deve essere concreta e specifica, analizzando le condotte poste in essere dal soggetto agente e  quelle subite dalla vittima, per decidere se queste possano aver provocato l’evento dannoso.

Per fare un esempio: le pressioni ossessive di un uomo su una donna che voglia interrompere la relazione sentimentale, a cui si aggiunga anche l’invasione nella sfera privata di questa da parte dell’uomo, non sarebbero sufficienti, seppur provate, a dimostrare che tali condotte abbiano cagionato un perdurante stato d’ansia, atteso che potrebbero provocare anche qualcosa di inferiore, come uno stato di irritazione.

Quanto al cambiamento delle abitudini di vita, inoltre, occorre tenere presente che rilevano soltanto i cambiamenti qualitativi e non anche quelli quantitativi, ragion per cui non assumerebbe rilievo la circostanza che si ebbe a variare l’orario di entrata e uscita da casa o da lavoro, rilevando, invece, l’eventuale modalità con cui ci si rechi a lavorare (ad esempio, non più in autobus ma in treno o in scooter).

L’evento dannoso non va necessariamente dimostrato tramite l’accertamento di uno stato patologico, ma è sufficiente che le condotte del soggetto agente (che possono anche concretizzarsi in invio di messaggi al telefono o via internet, via mail o social network) abbiano un effetto che destabilizzi la serenità della persona offesa.

Atti persecutori (stalking)

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