Diffamazione

Diffamazione

Commette il reato di diffamazione chiunque offende l’altrui reputazione o attribuisce ad altri un determinato fatto, e lo faccia comunicando con più persone, con qualsiasi mezzo.

Sono necessarie delle precisazioni preliminari su ciò che debba intendersi per reputazione.

La reputazione è l’opinione che gli altri hanno sull’idea di dignità di una persona, che comprende il decoro e l’onore.

Il bene giuridico tutelato dal reato di diffamazione è esattamente l’interesse dello Stato all’integrità morale della persona, bene che verrebbe appunto violato con la lesione della reputazione, della stima diffusa in un ambiente sociale, dall’opinione e dal decoro che altri hanno su quella persona.

Costituirà lesione alla reputazione la condotta di chi attribuisce falsamente una relazione sentimentale (anche se il soggetto passivo abbia effettivamente tale relazione, ma con altra persona), la falsa notizia che nei confronti del soggetto passivo il pubblico ministero abbia chiesto il rinvio a giudizio in un procedimento penale.

L’intendo diffamatorio può essere raggiunto con ogni mezzo: tramite mezzi indiretti, allusioni, espressioni dubitative e quindi insinuazioni, anche tramite espressioni che suscitino un semplice dubbio sulla condotta riprovevole o disonorevole.

Integra il reato di diffamazione il riferirsi ad una persona con espressioni dispregiative che richiamino un handicap motorio da cui è affetto il soggetto passivo, sia esso fisico (come zoppicare) o non fisico (come balbettare); mentre non sussiste il reato di diffamazione nel caso di denuncia o querela, con la conseguenza che in caso di assoluzione dell’imputato non vi saranno ripercussioni penali per il querelante.

Ancora, viene commesso il reato di diffamazione nel caso in cui, all’esito di un’assemblea di condominio, viene resa pubblico un comunicato con cui alcuni condomini vengano indicati come morosi nel pagamento delle quote condominiali.

Quando si tratta del reato di diffamazione non può non parlarsi, altresì, del mezzo della stampa quale viatico di comunicazione, atteso che non è raro che il predetto reato venga commesso proprio tramite il mezzo della stampa.

In particolare, quando viene usato il mezzo della stampa, l’intero contenuto diffamatorio deve essere valutato sia da un punto di vista letterale (quindi grammaticale), sia da un punto di vista complessivo, considerando l’interpretazione del testo, eventuali immagini, titoli, sottotitoli, modalità con cui viene presentato il contenuto e ogni altro elemento utile.

Ma v’è di più. Oltre a tutto quanto sopra esposto, occorre verificare anche gli effetti conseguenziali che l’articolo può determinare: ragion per cui risulterà certamente lesiva, per un imputato in un procedimento penale, l’articolo con cui venga divulgata la circostanza che il soggetto è già stato, in passato, condannato per ulteriori reati, e ciò per l’ovvia ragione che l’effetto prodotto è quello di mettere in cattiva luce il soggetto passivo innanzi al Giudice, sulla cui fondatezza del giudizio pendente non si è ancora pronunciato.

Come detto inizialmente, il reato di diffamazione può essere commesso con ogni mezzo e, pertanto, non può non tenersi conto dei moderni strumenti di comunicazione con cui è possibile commettere la fattispecie delittuosa.

Il riferimento, naturalmente, è da intendersi per i social network: la diffusione di un messaggio diffamatorio nella bacheca di un social network integra il reato di diffamazione nella sua forma aggravata del comma 3, poiché la condotta realizzata è potenzialmente capace di raggiungere una quantità indeterminata di persone, e quindi un numero quantitativamente elevato (lo stesso dicasi per i fax).

Quanto al soggetto passivo del reato di diffamazione, non occorre che la condotta identifichi nominativamente la persona, ma è sufficiente che sia indicata in modo tale da poter essere agevolmente individuata, purchè l’individuazione stessa sia dotata di affidabile certezza (non sussisterebbe il reato in caso di ragionevole dubbio sulla persona del soggetto passivo quale destinatario del contenuto diffamatorio).

Come detto, l’elemento che deve essere presente affinchè venga realizzato il reato di diffamazione è la comunicazione a più persone.

Sul punto, occorre precisare che vengono esclusi, dal concetto di pluralità di persone, gli eventuali correi con cui viene commesso il reato; mentre si ritiene integrato tale elemento in presenza di una discussione con una sola persona, fatta a voce alta, al punto che altre possano sentirne il contenuto; non sussiste la pluralità, invece, qualora lo scritto diffamatorio venga inviato ad una sola persona, avendo poi raggiunto altre persone per via della sola azione e opera dell’iniziale soggetto destinatario; sussiste la pluralità nel caso in cui le persone erano già informate del fatto.

Quando si affronta un argomento come il reato di diffamazione non può non parlarsi, seppur in estrema sintesi, del diritto di cronaca e critica.

Stiamo parlando, cioè, di un diritto garantito dalla Costituzione che conferisce al giornalista il potere-dovere di informare la collettività, l’opinione pubblica, su fatti, notizie e tutte le vicende che possano interessare la società.

E’ pacifico che un tale diritto possa essere esercitato anche se ne derivino lesioni alla reputazione altrui.

Tuttavia, l’esercizio di tale diritto non è senza limiti: per prima cosa la notizia deve essere vera (quindi anche completa), deve poi essere presente l’interesse della collettività a conoscere tale notizie e, infine, occorre che il tenore della notizia sia contenuto e obiettivo.

A queste condizioni, quindi, il diritto di cronaca e critica si presenta come vera e propria esimente per il reato di diffamazione.

Da ciò una considerazione: il diritto di critica, che differisce dal diritto di cronaca per il fatto che il secondo consiste nella narrazione oggettiva del fatto, mentre il primo nel racconto dello stesso, ma basato sulla propria interpretazione soggettiva del fatto (e quindi il contenuto del diritto di critica non può essere obiettivo, ma soggettivo per via dell’interpretazione del soggetto agente), valicherà i confini che lo rendono esimente del reato di diffamazione nel momento in cui sarà dotato di contenuti aggressivi, attacchi personali e diretti a colpire la sfera morale del soggetto criticato.

Il reato di diffamazione è un reato di evento che, pertanto, si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono con uno dei loro sensi le espressioni diffamatorie (in caso di reato di diffamazione commesso tramite trasmissioni radiofoniche o televisive, la competenza territoriale è quella della residenza del soggetto leso; in caso di mezzo stampa la competenza è quella del luogo in cui è avvenuta la stampa dell’edizione).

Ciò significa che, in caso di diffamazione a mezzo stampa, qualora si verifichino più edizioni di un libro, per esempio, ciascuna condotta costituisce un reato di diffamazione autonomo dall’altro e, conseguentemente, sussistono plurime fattispecie di reato.

Inoltre, il reato di diffamazione è un reato procedibile a querela di parte, alla quale la persona offesa potrà procedere dal momento della consumazione del reato.

Per quanto riguarda la verità del contenuto diffamatorio, occorre precisare che nel procedimento penale l’imputato per il reato di diffamazione è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità del fatto attributo (quando il reato consiste nell’attribuzione di un fatto determinato).

In particolare, quando la persona offesa a cui è stato attribuito il fatto è un pubblico ufficiale e il fatto si riferisce all’esercizio delle sue funzioni, allora la prova della verità costituisce elemento decisivo; stessa valenza ha la prova della verità del fatto attribuito, quando in conseguenza di questa attribuzione sia iniziato un procedimento penale a carico del soggetto potenzialmente diffamato; inoltre, la prova della verità del fatto è ammessa ogni volta che il soggetto che sporge la querela chieda espressamente che venga accertata la citata verità.

La naturale conseguenza dell’accertamento della verità del fatto attribuito è che l’imputato non sarà punibile, tranne se ha comunque usato delle modalità che restano di per sé perseguitabili dalla norma penale.

Ciò significa che esiste un generale divieto di eccepire la verità del fatto attribuito, ma il Giudice non può esimersi dalla ricerca della verità al fine di accertare la sussistenza di una causa di giustificazione, o dell’esercizio di un diritto quale il diritto di critica, in tutti i casi suesposti.

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