Lesione personale

Lesione personale

Commette il reato di lesione personale chiunque cagiona una lesione dalla quale derivi una malattia nel corpo o nella mente.

Anche il reato di lesione personale è punibile in presenza della querela della persona offesa, ma soltanto a determinate condizioni, cioè quando la malattia che ne deriva non sia superiore a venti giorni, non metta in pericolo la vita della persona offesa, non produca l’indebolimento permanente di un organo o di un senso, non venga commesso con armi (considerate tali non solo le armi da fuoco, bensì tutte quelle idonee ad offendere una persona fisica), non comporti la perdita di un arto o non produca, in estrema sintesi, ogni fatto maggiormente grave rispetto ad una malattia superiore a venti giorni, tutti casi nei quali, invece, il reato di lesione personale è procedibile d’ufficio.

La malattia nel corpo o nella mente, requisito dell’elemento oggettivo del reato di lesione personale, comporta una riduzione apprezzabile delle normali funzionalità.

In particolare, la nozione di malattia non comprende tutte le alterazioni di natura anatomica, le quali possono anche non sussistere, ma riguarda soltanto quelle da cui deriva una limitazione funzionale oppure un processo patologico o, ancora, l’aggravamento dello stesso se già presente.

Per fare un esempio, commette il reato di lesione personale quel medico che, leggendo in maniera errata una radiografia, non abbia permesso la tempestiva diagnosi di una patologia, determinando come conseguenza l’evoluzione e il proseguimento della malattia in questione; costituisce reato di lesione personale anche la condotta di chi provochi una lesione cutanea consistente in un taglio al braccio guaribile in pochi giorni, atteso che, pur trattandosi di una lieve malattia, ciò comporta, anche in minima parte, una diminuzione o compromissione locale (il braccio) della funzionalità.

Costituiscono malattia il livido, l’ecchimosi o la contusione, ciò perché vanno ad alterare l’anatomia e la funzionalità dell’organismo umano, ma anche la cervicalglia (o dolore cervicale) localizzato nella parte posteriore del collo, che riduce la motilità della testa e provoca sofferenza, oppure l’acufene, per via del disturbo caratterizzato dalla percezione di suoni.

Per quanto riguarda, invece, la nozione di malattia della mente nel reato di lesione personale, ci si riferisce non soltanto al senso di disordine totale o parziale o l’offuscamento, ma anche all’indebolimento generale, depressione, eccitamento o inerzia dell’attività psichica.

Nel fare qualche esempio di malattia della mente, si pensi allo shock, oppure al fatto di svenire, ogni menomazione dell’intelligenza, alle cefalee, sensi di ronzio nell’orecchio, insonnia, tremori delle mani.

Quando si parla del reato di lesione personale, non può anche non parlarsi di interventi medico-chirurgici.

In tema di attività medica, occorre precisare che il medico è sempre legittimato ad effettuare un trattamento terapeutico, che sia necessario per la salvaguardia della salute del paziente, ciò anche in mancanza del noto consenso informato che quest’ultimo deve rilasciare, rilevando e dovendosi ritenere insuperabile soltanto l’espresso rifiuto eventualmente manifestato dal paziente (e ciò anche se, in caso di rifiuto espresso, l’omesso intervento chirurgico possa cagionare il peggioramento dello stato di salute o la morte).

Al di fuori dell’espresso rifiuto del paziente eventualmente manifestato, si ritiene che assuma rilevanza l’esito dell’operazione chirurgica, anche se ciò va adeguatamente analizzato di volta in volta: non può sussistere il reato di lesione personale se il medico sottopone il paziente ad un trattamento chirurgico differente rispetto a quello per il quale era stato prestato il consenso, nel caso in cui l’esito dell’operazione sia fausto ed eseguito nel rispetto della leges artis, e se dall’intervento deriva, naturalmente, un miglioramento della condizione di salute del paziente.

Diversamente, integra il reato di lesione personale la condotta di sottoporre a trattamento chirurgico il paziente con esito infausto, in presenza di espresso dissenso verso quel trattamento.

Qualora, infine, si tratti di intervento chirurgico dall’esito infausto, questa volta con contestuale sussistenza del consenso del paziente, ci si troverà in presenza di una scriminante, ossia una causa di giustificazione, se il consenso è stato prestato nella piena consapevolezza delle conseguenze lesive dell’integrità personale e sempre che l’operazione non porti ad una menomazione permanente.

Tuttavia, in caso di esito infausto dell’intervento chirurgico, da cui derivino lesioni gravi e permanenti al paziente, in presenza di un consenso che sia stato prestato sulla base di una informazione carente o non adeguata, non potrà procedersi per il reato di lesione personale volontaria, potendo al massimo discutersi di lesioni colpose.

Il reato di lesione personale è una di quelle fattispecie delittuose che possono concorrere con ulteriori reati, in quello che tecnicamente viene definito concorso di reati.

Qualche esempio chiarirà il concetto: se il soggetto pone in essere il reato di resistenza a pubblico ufficiale e ciò provochi delle lesioni personali, allora si procederà per entrambi i reati in concorso tra loro, non rilevando che il reato mezzo e il reato fine siano accomunati dalla stessa condotta; stessa cosa nel caso di oltraggio a pubblico ufficiale; il reato di maltrattamenti contro familiari concorre con il reato di lesione personale; stesso discorso nel caso di rissa che causa lesione personale; anche il reato di violenza privata è in concorso con il reato di lesione personale, ciò perché i beni giuridici tutelati sono profondamente differenti, l’integrità morale per la violenza privata e l’integrità fisica per la lesione personale (affinché, però, possa ritenersi integrato il concorso è necessario che la violenza della condotta superi i limiti della costrizione della violenza privata, consistenti nell’impedimento nei liberi movimenti o nell’imposizione a tollerare gli atti lesivi).

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